Quirinale: tutti per uno, uno per tutti
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La battaglia per il Quirinale sta per concludersi e devo confessare che il mio interesse sul tema è inversamente proporzionale all’attesa politica di questa elezione.  Non perché quella del Presidente non sia una figura importante ma perché, comunque vada, avremo la nomina di un soggetto funzionale ed espressione di questa composita, stravagante, uniforme maggioranza, tutta uguale a se stessa e simile, se non uguale,  anche alla cosiddetta minoranza con cui condivide la sacralità  e l’inviolabilità del dio mercato e delle sue inique regole che impongono profitti sempre più alti per un numero esiguo di abitanti  di questo Paese e di questo pianeta.

Detto ciò, provo anche io a giocare al toto-presidente, se non altro perché questa elezione influirà comunque sulla vita di tutti noi.

Penso che il piano “A” di Draghi e di chi lo ha veramente voluto a capo del governo dei “migliori”, sarebbe quello di salire al Quirinale, lasciando e guidando lui stesso un suo “tecnico” a Palazzo Chigi. Un tandem che condurrebbe lo stesso Draghi, pur non essendo l’Italia (ancora) una Repubblica presidenziale. Ma d’altra parte non ci sarebbe da stupirsi se una Repubblica che è costituzionalmente fondata sul lavoro e sopporta una disoccupazione ed una precarietà senza limiti, possa funzionare da Repubblica presidenziale pur non essendo prevista questa super-carica dalla sua Costituzione.

Se però questo non sarà possibile a causa dell’estremo protagonismo di Berlusconi, o dei numeri ballerini in Parlamento o per la litigiosità della sua maggioranza, o ancora per l’evidente volontà della Meloni di andare al più presto alle elezioni politiche, allora servirà qualcuno che per uno o due anni occupi la poltrona più  ambita e la lasci poi a Draghi che nel frattempo avrà consolidato il suo peso, avrà dato seguito e gambe al piano di ristrutturazione politica, economica ed istituzionale nazionale in corso e avrà altresì stretto ancor più fermamente quelle relazioni che a livello internazionale lo hanno accompagnato nella sua fulgida carriera nei centri di potere che contano.

Ci hanno provato con Mattarella che, ad ora, rifiuta un nuovo incarico, ci proveranno anche con altri soggetti disponibili magari ad un “impiego” temporaneo. Magari la Cartabia o la Casellati così tutti potranno dire di aver eletto una donna, o Casini vicino però un po’  troppo al centro-sinistra o a Pera vicino un po’  troppo al centro-destra, o infine a Gianni Letta.

Su quest’ultimo me la sentirei di scommettere perché lo ritengo il politico che, più di tutti quelli nominati in questi giorni come possibili pretendenti al trono, è vicino e riconosciuto da tutte le forze politiche presenti in Parlamento come personaggio che sa maneggiare il potere e che apparentemente ha comunque sempre mediato le varie posizioni, nonostante nel passato sia stato il vero motore del centro destra di Berlusconi. La sua non tenera età non sarebbe poi un problema se l’obiettivo fosse quello di restituire lo scettro dopo uno o due anni al nuovo re della banca (di) Italia.

Per questi motivi non mi emoziono per queste elezioni che, vadano come vadano, rappresenteranno la continuità con il processo di trasformazione della gestione del paese in senso autoritario, sempre più funzionale ai grandi interessi economici e politici nazionali ed internazionali che stanno sbriciolando quel poco di socialità e di solidarietà che rimane nella nostra società.

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