Vicenda Alitalia. C’è qualche cosa che non va oltre al merito della vertenza… si chiama repressione!
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Nella vicenda industriale che sta facendo esplodere una vertenza sindacale come quella di Alitalia ci sono migliaia di lavoratori e lavoratrici che stanno per perdere il posto di lavoro e molti di più che in tutto l’indotto risentiranno pesantemente le conseguenze di questa ennesima crisi del trasporto aereo. Questo è il dato dal quale partire dal punto di vista sociale ma ci sono chiaramente altri punti di osservazione dai quali mettere a fuoco questa situazione. Sicuramente quello attraverso il quale si legge la suddivisione delle risorse e delle attività produttive tra nord e sud Europa, quello che vede come protagonisti e gestori delle norme e delle prassi economiche in vigore nel vecchio continente le banche e la finanza nazionale ed internazionale. Poi c’è anche il vento di estrema subordinazione a questo nuovo ordine internazionale che investe tutti i partiti italiani, privi di reale autonomia politica ed ormai più o meno organici alle indicazioni che provengono da Bruxelles e Francoforte.

Se questo è lo scenario e se nel palcoscenico italiano le forze sindacali cosiddette storiche, cioè Cgil, Cisl e Uil, sono anch’esse del tutto compatibili ed interne alle logiche economiche e finanziarie imperanti, allora è più che evidente che una vertenza come quella di Alitalia che mette in discussione un po’ tutti questi paradigmi economici e sociali, diventa dirompente.

Per questo si sta tentando di umiliare i lavoratori facendoli passare per privilegiati e fannulloni e primi responsabili dello sfascio di un’azienda che invece in questi decenni, in mano sia a privati, sia ai partiti, è sopravvissuta soltanto per la volontà, l’estrema disponibilità e la professionalità proprio dei suoi dipendenti.

 Ma c’è di più, in questi ultimi giorni si sta cercando di descrivere i lavoratori come violenti, minacciando denunce e raccontando di scontri con la polizia che non ci sono stati. Così qualche spinta e qualche parola grossa nella manifestazione di Fiumicino della scorsa settimana che ha visto la partecipazione di migliaia di lavoratori che stanchi di essere ignorati si sono riversati sull’autostrada, viene trasformata in scontri con la polizia. E a nessuno viene in mente che se ci fossero veramente stati scontri i poliziotti presenti in forze sull’autostrada non si sarebbero poi sfilati i caschi e non avrebbero messo da parte scudi e manganelli come segno di tranquillità.

Poi il 1° ottobre è accaduto un fatto che se si fosse verificato qualche anno fa avrebbe fatto gridare tutti allo scandalo e avrebbe potuto creare le condizioni, questa volta si, di scontri in piazza. Migliaia di lavoratori di Alitalia che manifestavano sono stati chiusi in Piazza della Repubblica a Roma con schieramenti di polizia e carabinieri che di fatto impedivano l’uscita dei lavoratori che volevano recarsi a manifestare sotto il ministero del lavoro dove si svolgeva una trattativa tra il ministro Orlando e le delegazioni sindacali. Una scena da sud-America con migliaia di donne e uomini che sembravano guardare la realtà esterna come se fossero imprigionati in un acquario.

Poi certo una piccola delegazione di delegati e attivisti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl è stata lasciata passare ma non i lavoratori e le rappresentanze di USB e CUB. Questa “discriminazione” deve leggersi come un segnale ai lavoratori e al mondo esterno: “le forze sindacali che si oppongono veramente devono essere isolate”. Stessa logica che ci ha fatto leggere alcuni articoli di stampa che riportavano la “presa di distanza” di Cgil, Cisl e Uil “dai lavoratori più esagitati” durante la manifestazione di Fiumicino.

Insomma, l’aria di repressione che si è già vista esprimersi in altri settori produttivi, come la logistica, contro i lavoratori, oggi diventa ancora più evidente e diretta nei confronti di chi protesta per difendere il proprio posto di lavoro.

C’è molto più di qualche cosa che non va in questo paese e nel silenzio mediatico stanno saltando anche quegli equilibri e quelle mediazioni sociali che sino ad oggi sembravano tenere insieme una società che sembra ormai tutto meno che coesa. Serve una reazione del mondo del lavoro che parta dal basso e che rimetta in moto un protagonismo collettivo che sembra oggi attutito sia culturalmente, sia politicamente e socialmente.

L’11 ottobre c’è uno Sciopero Generale indetto da USB e dal sindacalismo di base: penso sia un’occasione importante da utilizzare da tutte e tutti coloro che credono che sia necessaria una risposta a ciò che sta accadendo in questo paese.

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