Giudizi e pregiudizi
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Leggendo vari commenti su Facebook ai miei post che parlano del mio libro “Sulle ali della dignità” che percorre la storia di Alitalia e del sindacalismo di base negli ultimi decenni, raccontata dal punto di vista dei lavoratori, mi sono reso conto di quanto una comunicazione a senso unico sia in grado di condizionare i giudizi e soprattutto i pregiudizi su argomenti che rivestono carattere pubblico.

Le generalizzazioni e i luoghi comuni ripetuti ossessivamente su Alitalia e sui suoi lavoratori di fatto sono determinati da una “propaganda” che si è sviluppata parallelamente al progetto di smantellamento del trasporto aereo italiano che negli ultimi decenni ha determinato bilanci costantemente in perdita. Conti in rosso come effetto dei piani di ridimensionamento costante della compagnia avviati più di trenta anni fa e allo stesso tempo strumento di disinformazione e condizionamento dell’opinione pubblica nei confronti soprattutto dei lavoratori, cioè quelli che più di tutti si sono battuti per contrastare la distruzione di un fondamentale asset industriale del paese.

Così i diritti conquistati con le lotte sono diventati privilegi, l’attività pericolosa e faticosissima sia fisicamente sia psicologicamente, del personale navigante è diventata “vacanze e piscina in giro per il mondo”, il salario e le condizioni di lavoro di decine di migliaia di dipendenti Alitalia è diventato “furto” ai danni della collettività. Le responsabilità di gran parte dei vertici e dei dirigenti che hanno eseguito acriticamente le indicazioni politiche nazionali e continentali che sono andate rapidamente verso una strategia che a livello europeo aveva disegnato un percorso preferenziale per Air France, Lufthansa e British e il ridimensionamento e la scomparsa di Alitalia e di tanti altri vettori “minori”, che allora minori non erano, si sono trasformate in “opportunità mancate” determinate spesso da un personale “viziato, egoista e troppo esigente”.

Altrettanto sfruttata quanto falsa è la sempreverde ossessione per la quale i poveri contribuenti (come se i lavoratori Alitalia non fossero anch’essi contribuenti) vengono presentati come vittime delle ripetute emissioni di denaro da parte dello stato nei confronti della compagnia. La stessa attenzione non è mai stata rivolta verso la Fiat o altre (ex) grandi industrie italiane in mano da sempre ai privati ma che hanno goduto di miliardi di sovvenzioni pubbliche per poi scappare all’estero e distruggere occupazione e sistema industriale del paese. Un’ossessione immotivata anche perché non si valuta mai che i conti veri raccontano un’altra storia e cioè che in questi decenni è molto più quello che Alitalia ha prodotto e versato nelle casse dello stato che non il contrario. Un dato dimostrato da studi ed esperti del settore e che è determinato non tanto in termini di utili, quando ci sono stati, ma rispetto a tasse, canoni, accise, livelli occupazionali diretti ed indiretti, ecc.  Ma questo non viene citato dai media e da gran parte della politica, spesso per ignoranza, altre volte strumentalmente per dimostrare l’inutilità di Alitalia.

Purtroppo, queste false notizie, queste strumentalizzazioni che diventano luoghi comuni sempre più sfruttati, sono figlie di un paese dove tanti, soprattutto quelli che gestiscono un minimo di potere e “strillano di più”, pensano di essere i tuttologi di turno, di conoscere una virgola più di quello che ti sta più vicino, di essere il commissario tecnico della nazionale, o il grande scienziato di turno, o il più accreditato degli economisti.

È così che hanno cambiato culturalmente questo paese, prima ancora che socialmente e politicamente. Da questa certezza bisognerebbe ripartire per ricostruire la cultura di un popolo che vive in un’espressione geografica chiamata Italia che non si è mai fatta Stato.

Ai commentatori che gioiscono e strumentalizzano la vicenda Alitalia, a quelli che preferiscono le low-cost e le grandi compagnie straniere, a quelli che denigrano il lavoro di migliaia di operatori di questo settore, a quelli che non vedono l’ora di vedere la fine di Alitalia, posso dire solo che rimpiangeranno il logo della ex compagnia di bandiera. Lo rimpiangeranno quando le low cost, senza alcuna vera concorrenza interna, aumenteranno i prezzi come stanno già facendo in questi giorni. Quando in situazioni drammatiche come quelle vissute per il Covid, rimarranno isolati in giro per il mondo perché nessuno andrà a riportarli a casa. Quando per fare la maggioranza dei voli intercontinentali bisognerà necessariamente passare per Francoforte o Parigi allungando il tempo di volo di quattro o cinque ore. Quando ci si accorgerà che l’economia generata dal trasporto aereo nazionale verrà ridotta a poca cosa senza un vettore nazionale che vola per fare gli interessi del paese. Quando l’impoverimento di interi settori dell’indotto del trasporto aereo, del turismo e del made in Italy vivranno maggiore disoccupazione, precarietà e povertà che si riverbererà prima a livello locale e poi a livello nazionale.

La crescita di un paese non si misura principalmente dal PIL prodotto, tantomeno dalle classifiche sulle ricchezze finanziarie ed economiche dell’1% della popolazione mondiale. Il progresso di una comunità nazionale si valuta in base alla solidarietà sociale che esprime, al livello culturale al quale ambisce, al sistema economico che sceglie, al progetto di futuro che intende perseguire nel tempo e non solo nell’immediato.

Con la possibile perdita di Alitalia si distrugge uno degli ultimi asset industriali del paese. Questo è il risultato di una politica prona agli interessi finanziari ed economici internazionali. Invece di gioire o commentare positivamente con luoghi comuni e generalizzazioni strumentali e senza senso, forse sarebbe meglio riflettere, informarsi meglio, passare dal pregiudizio al giudizio consapevole, appoggiare il legittimo dissenso che i lavoratori stanno ancora esprimendo e comprendere che quando un pezzo d’Italia viene meno, a perdere è l’intera comunità nazionale.

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