Alitalia: incompetenza ed ipocrisia
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La crisi morde Alitalia, i suoi lavoratori e il futuro stesso di un settore strategico per il paese, ma sembra che interessi a pochi, come se fosse un evento ormai scontato e privo di conseguenze.

Mentre scrivevo il mio libro su Alitalia, rileggendo il passato e ripensando alle innumerevoli trattative sindacali con aziende e governi alle quali ho partecipato, agli incontri, alle analisi delle posizioni degli attori coinvolti, agli studi su specifici argomenti, e confrontando poi il tutto con quel che è accaduto negli ultimi 35 anni nel trasporto aereo italiano e ad Alitalia, mi sono convinto sempre più di quelle ipotesi che nei vari passaggi di questi anni si sono trasformate in certezze.

Il primo ingrediente di questo cocktail infernale di cui mi sono persuaso è che la deregulation che dagli anni ’90 ha investito il trasporto aereo è stata in qualche modo gestita attraverso accordi strategici che si sono progressivamente evidenziati attraverso le politiche attuate dall’Unione europea e dai singoli stati. L’Italia non era tra i paesi (a differenza di Francia, Germania e Gran Bretagna) ai quali era “assegnata” la titolarità del possesso di una grande compagnia aerea, nonostante la vocazione turistica e il forte impatto dell’export nella nostra economia nazionale.

Da questa condizione e decisione internazionale, che tra l’altro non si limita al solo trasporto aereo, si è gradualmente creato un divario tra gli stati con un trasporto aereo maturo e quelli dove le compagnie aeree potevano aspirare esclusivamente ad un ruolo marginale e sempre più ancillare ai grandi vettori europei.

Questa condizione di estremo svantaggio strutturale a livello economico, istituzionale e politico del sistema del trasporto aereo italiano è stata accompagnata da una politica che non ha mai avuto la capacità di invertire la rotta, di fermare il degrado industriale di un settore fondamentale allo sviluppo del paese. Una politica stracciona che complessivamente ha abbracciato ideologicamente le liberalizzazioni e quindi anche la deregulation del trasporto aereo, considerandola lo strumento di autoregolazione del mercato e sottovalutando invece il suo peso strategico e al tempo stesso il forte squilibrio che ha determinato tra le compagnie europee e tra i paesi coinvolti. In molti, tra i politici italiani, sono stati coscienti di questa assurda situazione e sono quindi doppiamente colpevoli, altri hanno vissuto alla giornata preoccupandosi esclusivamente del consenso elettorale che spesso, troppo spesso, tracima verso il clientelismo più odioso e dannoso.

Stesso discorso vale per il sindacalismo “classico”, quello che in molti definiscono anche “storico” ma che io critico proprio per aver avuto una funzione che purtroppo negli anni ha contribuito a modificare anche culturalmente l’approccio del lavoratore nei confronti delle aziende, passando da un sano conflitto sociale ad un “collaborazionismo” che ammazza il lavoro ed i diritti e a lungo termine non aiuta neanche le aziende.

Che dire poi delle dirigenze, del management, dei vertici che hanno guidato Alitalia e l’insieme del trasporto aereo in questi decenni, sia con proprietà pubblica, sia con padroni privati. Ci sono stati casi di assoluta incompetenza ma anche altri di condivisione di progetti che di fatto erano contrari agli stessi interessi dell’azienda, della proprietà e del paese. Di esempi se ne possono fare molti. Gestire una compagnia aerea a colpi di ridimensionamento costante vuol dire non essere in possesso dei fondamentali per lavorare in questo settore. Prediligere nel tempo e in modo ossessionante il solo mercato interno, quello più soggetto alla concorrenza delle low-cost ed affidare gran parte dei più remunerativi voli intercontinentali ai cosiddetti “alleati” che hanno attinto a piene mani nel ricco mercato italiano, può essere considerato un suicidio o un omicidio: dipende da che punto di vista si osserva la situazione. Dirigere un’azienda complessa come una compagnia aerea, dove l’impatto con il pubblico è determinante, considerando il personale come un costo e non come un investimento e il principale fattore di successo della propria attività, non può essere considerato un semplice errore.

L’attuale situazione di Alitalia e del trasporto aereo è il frutto di tutte queste assurde ed insane pratiche messe in atto negli ultimi decenni, un frutto avvelenato che sta consegnando un settore strategico per il paese allo sfascio più completo, portando con sé migliaia di licenziamenti e facendo scomparire decine di migliaia di possibili posti di lavoro. Spesso, troppo spesso, si dimentica la storia di quest’azienda, di questa Alitalia che a livello internazionale ha rappresentato e paradossalmente ancora rappresenta il nostro paese in tante parti del mondo. Dimenticare la storia, gli errori ed i successi, le strategie vincenti e quelle che invece portano al ridimensionamento, vuol dire negare l’esistenza di possibili soluzioni, vuol dire affidarsi a generalizzazioni e luoghi comuni che vengono poi alimentati strumentalmente per fini diversi. Soprattutto vuol dire continuare a sbagliare e ad affondare l’ennesima industria italiana con ricadute gravi per tutti.

Peccato, perché anche oggi, nonostante l’ennesima crisi in atto che sta mettendo in discussione l’esistenza stessa di Alitalia, esisterebbero ancora le condizioni per un rilancio della compagnia e dell’intero settore. Ci vorrebbero però una politica attenta agli interessi del paese, competente e non subalterna ai diktat e alle strategie discriminatorie dell’Unione europea; una dirigenza capace ed esperta del settore; un sindacato che faccia gli interessi dei lavoratori e non confonda ruoli e ambiti di intervento.

Qualcuno direbbe: ci vorrebbe un altro paese! Ci vorrebbe una rivoluzione sociale e culturale!

Forse si o forse in questo caso sarebbe sufficiente la volontà politica ed economica di mettere in discussione gli attuali equilibri e provare a fare gli interessi di questo paese, di chi lavora e di chi vorrebbe lavorare.

Insomma, si dovrebbe iniziare a volare sulle ali della dignità e della conoscenza piuttosto che su quelle dell’ipocrisia e dell’incompetenza.

Fabrizio Tomaselli

4 Comments

  • Gux Posted 16 Giugno 2021 13:09

    Articolo che c’entra esattamente il problema. Complimenti per la visione chiara.

    • Fabrizio Tomaselli Posted 18 Giugno 2021 12:54

      Purtroppo ormai è troppo facile centrare il problema di Alitalia. Quello che manca è la volontà politica di risolvere i problemi.

  • Paolo Sani Posted 16 Giugno 2021 16:42

    …ci vorrebbe…si dovrebbe…facciamo sciopero….ma intanto nessuno fa una proposta seria…i casi sono due o regaliamo Alitalia alla Lufthansa o a Ryanair….sperando che la vogliano…..oppure compriamocela noi…non è una cretinata, si può fare con un MBO Management Buy Out , un processo giuridico//finanziato già attuato da altre aziende DELL per esempio….ci sono migliaia di potenziali azionisti , i 7000 colleghi destinaTI ai licenziamento, i piloti i naviganti, gli operatori turistici….chi ci può consigliare ?

    • Fabrizio Tomaselli Posted 18 Giugno 2021 12:58

      Le strade da percorrere per rilanciare l’azienda e l’occupazione ci sono. E’ la politica che manca ed anche per percorrere la strada che tu dici, come anche quella della nazionalizzazione o anche solo di un forte controllo pubblico, necessitano del si della politica… purtroppo!

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