PETIZIONE: abolire le regioni, ridurre il numero dei comuni, maggiore partecipazione popolare al governo del paese.
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FIRMA LA PETIZIONE – Più potere allo stato centrale, abolizione di regioni e riduzione dei comuni da 7.900 a 3.000.

Referendum propositivo, legge elettorale proporzionale, compensi ai parlamentari ridotti del 50% e lavoro parlamentare per 5 giorni a settimana.

Siamo purtroppo ormai abituati a vedere lo stivale italiano colorato di rosso, arancione e giallo. In molti si sono anche abituati a sentire le solite polemiche tra i cosiddetti “governatori” e Conte, Speranza e altri ministri.

Al contrario, milioni di donne e uomini di questo paese stanno perdendo la pazienza nel leggere, sentire e vedere battibecchi da osteria, dichiarazioni un tanto al chilo, sfondoni di ogni tipo e sceneggiate indegne da parte dei cosiddetti “governatori”, ma anche di esponenti politici nazionali, senza neanche capire chi ha il potere di decide in una situazione così drammatica e delicata come l’attuale, quali siano le certezze ed a chi attribuire le responsabilità.

Insomma, durante un’emergenza, a livello politico qualcuno dovrebbe parlare dopo aver deciso insieme agli esperti e altri dovrebbero stare zitti e, ventre a terra, lavorare per la gente che rappresentano. Invece siamo di fronte al caos decisionale, comunicativo e mediatico: verrebbe da ridere se non ci fossero già stati decine di migliaia di morti.

La pandemia, mentre rallenta economia e vita sociale, ha accelerato ed acuito in modo drammatico alcune contraddizioni istituzionali e politiche di questo paese. Tra queste emerge quella relativa ai rapporti tra stato centrale ed autonomie locali che ha generato l’attuale caos.

Non si capisce più chi deve decidere e chi può impedirgli di farlo; da chi dipende un servizio pubblico e il suo controllo; da chi e come vengono gestiti i soldi delle tasse che paghiamo tutti i mesi.

Il fallimento del sistema sanitario nell’attuale emergenza pandemica è l’esempio più chiaro di come la suddivisione del Paese a livello regionale abbia creato sistemi diversi, più o meno efficienti o inefficienti, legati spesso a filo doppio agli interessi dei privati, distruggendo in alcuni casi la medicina di base in nome della cosiddetta eccellenza ospedaliera, come se medicina di base ed eccellenza non debbano invece convivere in un sistema sanitario efficiente, professionalmente valido e vicino ai cittadini.

Premesse necessarie.

  1. Il Referendum giustamente perso da Renzi alcuni anni fa intendeva modificare in modo fortemente negativo la Costituzione che prevede il principio fondamentale della tutela dei cittadini e della loro rappresentanza politica. Questo però non vuol dire che tutte le eventuali modifiche alla Carta Fondamentale siano per se stesse deleterie. Si tratta di capire a che cosa ed a chi serve aggiornare la Costituzione e soprattutto se i suoi sacrosanti principi, spesso da sempre inapplicati, possano invece diventare realtà.
  2. Qui non si vuol difendere l’attuale governo contro le strumentalizzazioni di alcuni cosiddetti governatori, perché di errori in questa vicenda l’esecutivo ne ha compiuti tantissimi e anche molto gravi.
  3. Non si vuole intraprendere una strada che abbia la certificazione ufficiale dal punto di vista giuridico e del diritto, ben sapendo che un po’ di buonsenso e di razionalità sono più che sufficienti per indicare un percorso.

Nessuna alchimia istituzionale può modificare sostanzialmente e positivamente il sistema economico e sociale nel quale viviamo, neanche quanto si propone con questa petizione. Ben altro ci vorrebbe, a cominciare da una ridiscussione complessiva dei principi del sistema politico, sociale ed economico attuali, da uno sviluppo degli strumenti collettivi e di una programmazione economica che devono essere non solo indirizzati ma anche decisi ed in parte gestiti dal soggetto pubblico. Premesso ciò, una modifica degli strumenti istituzionali a disposizione del paese potrebbe comunque modificare in modo concreto la vita dei cittadini, la gestione della salute, della scuola, del territorio, del modo di produrre, in sostanza la gestione della cosa pubblica.

Una petizione non è certo sufficiente a cambiare radicalmente il paese ma forse è cosa utile gettare un sasso in uno stagno dove l’acqua è da troppo tempo ferma e comincia a puzzare.

In Italia abbiamo 20 Regioni, 107 Province, delle quali 14 sono state trasformate in Città Metropolitane. La più grande Città Metropolitana è Roma con circa 2.856.000 abitanti. Il più piccolo Comune italiano ha la bellezza di 33 (trentatré) abitanti, cioè probabilmente poco più che il Sindaco ed i suoi familiari.

Gli attuali Comuni italiani sono 7.904 dei quali:

  • solo 3.504, cioè il 44,35%, hanno più di 3.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 90,75% della popolazione italiana che è pari a 60.359.546;
  • solo 2.416 comuni (il 30,58%) hanno più di 5.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 83,73% della popolazione italiana;
  • solo 1.230 comuni (il 15,57%) hanno più di 10.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 69,86% della popolazione italiana;
  • infine solo 106 comuni (l’ 1,35%) hanno più di 100.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 31,17% della popolazione italiana.

Non si vuole dimostrare che in ogni caso “grande è bello” ma questi numeri ci dicono che l’estrema parcellizzazione del territorio nazionale in una miriade di apparati amministrativi che sono stati pensati giustamente come strumenti di decentramento e partecipazione popolare alla vita del Paese, in mancanza di una politica degna di questo nome, si sono oggi trasformati nella maggior parte dei casi in apparati di consenso elettorale fine a se stesso, di clientelismo, di eccessiva burocrazia e in molti casi di corruzione più o meno evidente. Decine di migliaia di politici di professione spesso incompetenti ma super pagati.

E ALLORA CHE FARE?

Considerando la complessità del sistema economico, legislativo ed amministrativo, che richiede anche una rimodulazione della Costituzione in senso più partecipato, sono necessarie ampie modifiche strutturali per poter iniziare a ragionare liberamente dalla gabbia culturale e mediatica che ci hanno costruito intorno.

SI PROPONE

  1. Un Parlamento diviso come oggi in due rami (Camera e Senato) o anche in una sola Camera Nazionale dei Deputati con un numero totale di 1 parlamentare ogni 60.000 abitanti (cioè attualmente circa 1.000) per assicurare un livello di rappresentanza adeguato ad un paese che conta più di 60 milioni di abitanti. Riformare il Regolamento dei lavori parlamentari in senso più dinamico per quel che riguarda il processo legislativo e al tempo stesso più rigido e coerente nei confronti dell’attività svolta dai rappresentanti politici, a cominciare dal rispetto dell’obbligo di lavoro per almeno 5 giorni settimanali in Parlamento e compensi totali del singolo parlamentare legati alla presenza e comunque ridotti almeno del 50%, in modo da evitare che l’elezione a parlamentare diventi l’acquisizione di un “bancomat” personale.
  1. Una legge elettorale totalmente proporzionale e senza alcuno sbarramento o soglia perché o si hanno i numeri per governare da soli, o ci si deve alleare con qualcuno, o si ritorna democraticamente a votare…un sistema questo che funziona in molti paesi ed ha funzionato per decenni anche in Italia. Si propone anche la valutazione della possibile estensione del voto ai sedicenni, accompagnata dal ritorno nella scuola di un serio studio della storia e della Costituzione. Gli stessi meccanismi di rappresentanza generale, democratica e proporzionale, devono essere applicati anche alla rappresentanza sindacale attraverso una specifica legge nazionale.
  1. Introduzione del Referendum propositivo, anche con votazione elettronica, da attivare su richiesta di un numero di cittadini (si propone l’1% della popolazione avente diritto al voto). Anche le firme per la richiesta di referendum si possono raccogliere telematicamente. Si tratta dell’introduzione di uno strumento di democrazia e partecipazione diretta da affiancare a quello di democrazia delegata (Parlamento). Una legge potrà essere proposta e votata dal Parlamento o direttamente dalla maggioranza dei cittadini attraverso il Referendum.
  1. Abolizione delle amministrazioni e delle funzioni politiche regionali, comprese le norme relative alle regioni e alle province a statuto speciale. Mantenimento delle province esclusivamente quali strutture decentrate dello stato e senza rappresentanza politica. Le funzioni e il personale attualmente in capo alle attuali Regioni passano in gran parte allo Stato (sanità, istruzione, ambiente lavoro, ecc) ed in parte alle province ed ai comuni. È importante chiarire che non si aboliscono le forme regionali che si sono geograficamente e socialmente evolute dal dopoguerra ad oggi, ma solo le loro amministrazioni e i loro centri di controllo politico territoriale. Quindi le regioni, come le province, rimangono come estensione territoriale dello stato e come articolazione delle necessarie strutture statali che si occupano dello specifico territorio.
  1. Accorpamento, fusione e riduzione sostanziale dei Comuni Italiani. Il numero minimo di abitanti per comune diventa di 5.000 abitanti, passando così ad un numero di Comuni pari a meno di 3.000 dagli attuali 7.900. La tutela delle specificità e delle caratteristiche proprie dei territori e delle comunità viene salvaguardata da strumenti di confronto, di partecipazione diretta e di erogazione di servizi ai cittadini, costituita da specifici Municipi/Delegazioni che diventano strumenti collettivi di prossimità tra la popolazione e l’amministrazione del Comune a cui fanno riferimento. Possibile anche l’istituzione di consorzi di comuni limitrofi per assicurare servizi ai cittadini sempre più efficienti, riducendo il peso delle tariffe.

CON QUESTE MODIFICHE SI OTTERREBBERO TRE PRINCIPALI RISULTATI.

  1. Una maggiore e concreta partecipazione diretta della popolazione alle decisioni attraverso lo strumento referendario e con una legge elettorale che riprodurrebbe la rappresentanza reale del paese. Obbrobri e falsi valori come quello inculcato della cosiddetta “governabilità” legata alla legge elettorale, rappresentano esclusivamente lo strumento per imporre gli interessi di pochi su quelli di tanti. Si interromperebbe tra l’altro la pessima “abitudine” di modificare le leggi elettorali in base alle convenienze e agli interessi di chi governa in un determinato momento. La vera governabilità di un paese si ottiene attraverso il consenso popolare. Come la vera rappresentatività del sindacato deve essere il frutto della decisione democratica dei lavoratori secondo il principio democratico “una testa, un voto”.
  1. L’abolizione di Regioni che diventano, come le Province, articolazioni decentrate dello Stato e l’accorpamento e la riduzione del numero dei Comuni produrrebbe.
    1. Risparmi economici di dimensioni inimmaginabili da utilizzare in welfare, in sanità, in servizi, in riduzione delle tasse. Infatti, oltre ad eliminare le costose sovrastrutture delle burocrazie dei partiti e quelle amministrative a livello regionale e provinciale, si procederebbe ad una razionalizzazione anche economica dei servizi, degli appalti e degli interventi sul territorio, non più parcellizzati in mille rivoli che non assicurano trasparenza e che sono comunque più costosi.
    2. La razionalizzazione e l’omogeneizzazione dell’intervento pubblico in tutti i settori e in tutti i territori, elimina automaticamente discriminazioni territoriali che sopravvivono a prima dell’unità d’Italia e che si sono sviluppate in modo tale da rappresentare un ostacolo allo sviluppo economico e sociale dell’intero territorio nazionale.
    3. In riferimento a situazioni come quella dell’emergenza sanitaria attuale, si otterrebbe un sistema sanitario nazionale, dove le regole sarebbero uguali per tutti e che non privilegi la sanità privata a danno di quella pubblica e della ricerca. Stesso discorso per l’ambiente, per i beni comuni, per il lavoro, per i trasporti. Un’unica politica nazionale che adotti criteri generali comuni e che sui territori li applichi nel modo migliore anche in base alle caratteristiche del territorio.
    4. Partecipazione maggiore dei cittadini in quanto i Comuni diventerebbero più grandi, con più risorse economiche e funzioni accresciute rispetto a quelle attuali, con la possibilità anche di costituire consorzi con i comuni limitrofi. Mantenimento delle città-metropolitane per i grandi comuni presenti in Italia. I Comuni diventerebbero così i veri strumenti della rappresentanza di prossimità ed il raccordo diretto tra il popolo e lo Stato.
  1. La riduzione sostanziale del potere delle grandi e piccole burocrazie dei partiti, ormai diventati in molti casi veri e propri gruppi di interesse economico che riducono e spesso impediscono del tutto la rappresentanza reale e la partecipazione democratica. Partiti che devono però essere recuperati alla vita democratica del Paese attraverso l’adozione di una serie di norme trasparenti e verificabili sulla rappresentanza politica ed elettorale, come anche devono essere riviste le regole della rappresentanza sindacale attraverso una legge democratica, nazionale e senza esclusioni pregiudiziali.

L’insieme di queste misure non può essere slegato da una visione dello Stato e della cosa pubblica che deve procedere ad una equa redistribuzione delle ricchezze e del reddito, deve interagire con l’economia ed imporre regole certe ed uguali per tutti, combattere il razzismo e sviluppare l’accoglienza, eliminare definitivamente corruzione, mafia e evasione fiscale, intervenire direttamente nei settori e nelle aziende che rivestono un valore strategico per il Paese, per i cittadini, per le comunità e per i lavoratori. Un sistema diverso dall’attuale, difficile ma non impossibile da conquistare: gettiamo il sasso nello stagno!

Se sei d’accordo firma la petizione, condividi e diffondi direttamente questo comunicato, anche on line e sui social.

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