Capitolo 5 – 1983-1986 Toccata e fuga in Cgil
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Già dal 1983 alcuni compagni, tra i quali Paolo Maras, Piero Pacella e Oder Procacciante, lavoravano in Cgil ed io nel 1984 inizio a partecipare ad alcune assemblee di stagionali nella sede storica della Filt Cgil di Via Morgagni. Il tema è sempre lo stesso: la conferma con assunzione a tempo indeterminato che non arriva dopo due o tre anni per centinaia di lavoratrici e lavoratori. Negli anni precedenti si entrava in Alitalia direttamente e senza passare per stagioni di precariato o al massimo si faceva una stagione e poi ti assumevano. Invece ora si comincia con lunghi periodi di stagionalità. Lunghi per noi ma sicuramente brevissimi per le generazioni successive di assistenti di volo che arriveranno a fare anche tredici o quattordici stagioni.

In quelle assemblee in Cgil spesso vivo contrasti accesi proprio con Paolo, Piero e Oder. Per me loro sono la Cgil, quella che per un anno e mezzo a Reggio Emilia sicuramente non avevo avuto al mio fianco in fabbrica e che politicamente è per me, e non solo per me, la responsabile dell’inizio del declino del movimento dei lavoratori. Ora faccio l’assistente di volo ma non dimentico cosa significa lavorare in fabbrica.

Piano piano comincio però a conoscere meglio quei compagni e contemporaneamente ho i primi contatti con alcuni dei “superstiti” del Comitato di Lotta degli assistenti di volo del 1979: il primo che conosco è Carlo Gianandrea. In effetti non sono passati tanti anni dalla rivolta della categoria e dai 40 giorni di sciopero che avevano messo in ginocchio il trasporto aereo in tutto il paese. La sconfitta era stata però pesante e per gran parte dei lavoratori si stava pian piano trasformando in rassegnazione.

Certo la lotta si è conclusa con una sconfitta e molti dei protagonisti di quei mesi sono “emigrati” qua e la in varie parrocchie sindacali o si sono ritirati a vita privata o addirittura hanno cambiato lavoro, ma molti dei compagni che avevano partecipato alle giornate di lotta del ’79, alla loro preparazione e al suo epilogo, non sono però intenzionati a tirare completamente i remi in barca.

Quella lotta ha rappresentato comunque un capovolgimento radicale della rappresentazione sociale della categoria degli assistenti di volo che si è trasformata radicalmente attraverso la pratica del conflitto: si è unita a prescindere dalle posizioni e dal retroterra culturale che caratterizzava i singoli assistenti di volo e i 40 giorni del 1979 rappresenteranno per decenni il tentativo di riscatto di un insieme di lavoratori che sino a quel momento era diviso in mille rivoli e da mille interessi diversi. Una unità costruita sicuramente nella contingenza della lotta, ma che si poggiava su un lungo processo di crescita culturale e professionale derivante quasi esclusivamente dall’esperienza acquisita “sul campo”, a bordo degli aerei, nelle strade delle cento città e dei cento alberghi che in questo lavoro, nel bene e nel male, rappresentano la tua seconda casa.

Nel novembre del 1984 nasce Democrazia Consiliare: un gruppo di compagne e compagni, quasi tutti aderenti a Democrazia Proletaria che all’interno della Cgil intende mettere in discussione le politiche del sindacato e la rigida spartizione di potere tra le due componenti statutariamente previste, quella del PCI e quella del PSI. In effetti Democrazia Consiliare non è una componente ma un’area, un gruppo di lavoratori che per primo inizia una critica feroce alle politiche e alle pratiche interne alla Cgil e che lotta per la difesa del Consigli di Fabbrica quale strumento essenziale di rappresentanza diretta dei lavoratori, secondo il principio basilare “una testa un voto”.

Bisogna fare qualche cosa perché nel sindacato si è avviato un percorso di cessione di diritti e pratiche democratiche e pensando alle lotte degli anni passati ti rendi conto ancor di più quanto l’attuale situazione della rappresentanza sui posti di lavoro costituisca un passo indietro enorme per il movimento dei lavoratori. Un percorso democratico che dal 1968/69 aveva portato poi alla formazione dei Consigli di Fabbrica che prevedeva l’effettivo protagonismo diretto dei lavoratori e delle lavoratrici si è oggi trasformato attraverso l’adozione di diversi strumenti di rappresentanza del sindacato che hanno prodotto un rapido processo di forte ridimensionamento dei livelli minimi di democrazia sui posti di lavoro. Un sistema autoritario e per nulla democratico condiviso con la Confindustria e con i partiti, necessario per far passare senza una significativa opposizione ristrutturazioni e cessioni di diritti.

Quindi nel 1984 nasce Democrazia Consiliare ed a me che sono iscritto a Democrazia Proletaria e comincio a frequentare la Cgil, anche se con sospetto e senza alcuna convinzione, risulta naturale aderire e cominciare a parlarne con i compagni che ho conosciuto in Filt.

Nel marzo del 1985 vengo confermato a tempo indeterminato ed a giugno mi sposo con Cinzia e andiamo a vivere nei 45 metri quadri della vecchia casa di mia nonna su una collinetta del quartiere San Paolo. Mi iscrivo alla Cgil, cominciando ad ipotizzare una presenza organizzata di Democrazia Consiliare anche tra gli Assistenti di Volo dell’Alitalia. Ma ne inizio a parlare anche con i compagni che, ex Comitato di Lotta e per gran parte fuori dalla Cgil, sono titubanti nell’ipotizzare un percorso interno al sindacato. Ricordo le facce di alcuni di loro nella prima riunione verso la fine del 1985 a casa di Carlo Gianandrea.

La cosa però comincia a girare in categoria e mentre, sposo novello e per questo indicato come cattivo esempio nei corsi aziendali perché solo dopo 3 mesi dall’assunzione avevo usufruito delle ferie matrimoniali, inizio a fare volontariato nei miei giorni di riposo all’interno del sindacato: insieme a Paolo, Piero, Oder e Stefano Antonini cominciamo a fare iscritti alla Cgil in vista delle elezioni della Rappresentanza Sindacale Aziendale che si svolgeranno a fine 1985.

Le votazioni si aprono il 28 ottobre e si chiudono il 6 novembre e nonostante i pochissimi permessi sindacali a disposizione, la militanza che mettiamo in campo è tale da riuscire a portare a casa un risultato eccezionale: ci presentiamo in 5 e in 4 siamo eletti delegati (Paolo, Luigi, Stefano ed io mentre Stefano De Romanis non ce la fa per poco) su 15 da eleggere. Paolo Maras risulta il terzo più votato a poche decine di voti dal delegato storico della Cgil, Zanetta e con più voti di altri due delegati da anni presenti nella struttura di base come Colledani e Moretti.

Gli iscritti sono già saliti da meno di 300 a 616 prima delle elezioni e pian piano arrivano ad essere quasi 800.

Paolo Maras: “Confermato nel 1983 entro nella struttura e ci troviamo con un gruppo di colleghi con i quali, nel 1985, partecipiamo alle elezioni per il rinnovo della RSA.
Il lavoro costante in mezzo ai colleghi fa si che si riesca a formare una lista di giovanissimi candidati che su 5 entrano in quattro, uno dei quali, dopo una lotta al coltello con le maggioranze allora indiscutibili frutto dell’accordo tra comunisti e socialisti, entra nientepopodimenochè nell’esecutivo.
Scopriamo che darsi da fare e parlare chiaro di cosa si vuol fare paga: al nostro ingresso in struttura gli iscritti erano poco più di 350, alla nostra uscita in massa oltre 780
“.

Diventiamo ago della bilancia tra le due correnti PCI e PSI e anche se estranei a quelle logiche di spartizione, riusciamo a giocare per un anno su tre fronti, sempre sul filo del rasoio.

Da una parte l’opposizione interna che vede momenti di estrema ruvidezza e tensione che giochiamo anche in modo spregiudicato e che accompagniamo con una presenza/occupazione militante e continua del sindacato.

Il secondo ambito di intervento riguarda il ruolo politico che svolgiamo insieme agli altri compagni di Democrazia Consiliare, soprattutto nella Federazione dei trasporti della Cgil, primo fra tutti Roberto Lo Priore

Ma per noi il più importante fronte è quello dello sviluppo della rappresentanza reale in categoria sui nostri obiettivi che di fatto e per gran parte, già dall’inizio di questa esperienza divergono dalle politiche ufficiali della Cgil. Un intervento diretto da lavoratori e tra i lavoratori che produce frutti più che positivi, tanto che gli iscritti aumentano nel giro di un anno da 400 a quasi 800 e fanno della Cgil il primo sindacato degli assistenti di volo.

Nonostante il Contratto firmato nel 1984 contenesse molti aspetti peggiorativi nella normativa e sui carichi di lavoro, quelli in Alitalia sono ancora anni, forse gli ultimi, non traumatici dal punto di vista del lavoro.

Nel 1985 il capitale sociale di Alitalia verrà portato da 281 a 421 miliardi di lire. Sia nel 1985 che nell’anno successivo il bilancio economico risulterà positivo. La compagnia aerea sta rinnovando la sua flotta sostituendo i vecchi DC9, DC8 e DC10 con gli Airbus A300 e i Boeing 747 e iniziano ad arrivare gli MD80 e poi arriveranno gli ATR 42.

Come assistenti di volo si guadagna discretamente e l’intensità del lavoro non è eccessiva. Ma per quanto riguarda la gestione aziendale ancora si sentono i postumi del Comitato di Lotta del 1979: tante le contestazioni disciplinari, tanta la repressione di qualsiasi comportamento considerato “anomalo”. Altro che azienda dove regna il caos come dice qualcuno. Un mix di condizioni di lavoro che ancora permette un certo recupero fisico e psichico in un’attività di lavoro del tutto atipica che comporta turni spesso massacranti, tante ore a 10.000 metri di quota con una percentuale di ossigeno minore di quella normale e in costante inclinazione, esposti a radiazioni cosmiche in quantità, spesso senza mangiare e dormendo poco e in entrambi i casi senza alcuna regolarità, affetti e rapporti personali messi in discussione da un ritmo di vita e di lavoro del tutto atipici ed irregolari.

Insomma un lavoro difficile il cui bilancio complessivo soltanto da giovani può risultare positivo e che dopo un po’ riesce a mettere in seria difficoltà l’equilibrio fisico e psichico di qualsiasi individuo.

Il Contratto del 1984 non è immediatamente applicato ma rappresenta “la punta dell’iceberg” di una trasformazione del rapporto di lavoro ormai in essere, come indicheremo nel primo documento pubblico nel maggio del 1987: “Riflessioni sul prossimo contratto di lavoro” che produrremo dopo l’uscita dalla Cgil. Infatti a poco a poco iniziano ad emergere tutta una serie di aspetti che negli anni successivi si trasformeranno in normative pesantissime per gli assistenti di volo.

E lo saranno ancor di più perché l’azienda inizia ora a prepararsi alla deregulation che in Europa prenderà il via nel 1987 e che vedrà la sua prima piena applicazione dal 1992. Ma purtroppo lo fa soltanto nelle politiche di riduzione del costo del lavoro e non in quelle industriali e strategiche. L’Alitalia sin da oggi non pensa allo sviluppo come invece stanno facendo le altre grandi compagnie aeree europee, ma alla sola riduzione dei costi e all’incremento della produttività attraverso l’aumento dei carichi e dell’orario di lavoro, producendo il peggioramento complessivo delle condizioni di lavoro e conseguentemente un restringimento dei diritti dei lavoratori. In realtà l’unica cosa che la dirigenza Alitalia sta facendo è “preparare” gradualmente ma inesorabilmente il declino industriale dei prossimi decenni.

C’è da sottolineare che non esiste un Contratto nazionale di Lavoro applicato a tutto il trasporto aereo, ma singoli contratti aziendali che chiaramente dividono il mondo del lavoro, favoriscono il dumping sociale, utilizzano spesso appalti e sub-appalti per sfuggire alle regole minime previste dallo Statuto dei lavoratori. Solo tra tantissimi anni sarà sottoscritto un Contratto nazionale che però non sarà obbligatoriamente applicato da tutte le aziende che operano nel trasporto aereo e quindi non sarà quello strumento di regolazione generale e di solidarietà collettiva che hanno invece rappresentato per tanti anni i Contratti nazionali di intere categorie di lavoratori. L’attacco continuo e progressivo alla contrattazione nazionale è finalizzato proprio ad ottenere il massimo sfruttamento dei lavoratori, trasformando geneticamente gran parte della controparte sindacale, sempre più divisa, sempre più legata alla propria realtà aziendale, dimenticando e cancellando l’importanza che proprio i rinnovi dei Contratti nazionali hanno rappresentato per l’emancipazione dell’intero mondo del lavoro. E il trasporto aereo, per quanto riguarda questo aspetto ma anche per la sperimentazione della liberalizzazione dei mercati, delle grandi ristrutturazioni e dello sviluppo della precarietà nel lavoro, da sempre rappresenta per il padronato e la politica italiana un banco di prova non indifferente. Di tutto ciò a farne chiaramente le spese sono sempre i lavoratori che mentre arretrano e tentano di difendersi, vivono una situazione di continua ed estrema incertezza per il proprio futuro.

Una volta eletti nella struttura Cgil “giochiamo” a scombinare il quadro esistente, che noi vediamo come stantio e senza futuro, legato a filo doppio ai partiti e nel suo insieme molto più incline alla relazione con l’azienda che non al confronto con i lavoratori. La Federazione dei trasporti della Cgil, la Filt, è oggi infatti molto simile a ciò che diventerà politicamente e complessivamente l’intera Confederazione di Corso Italia nei prossimi anni. A differenza di altri delegati, lavoriamo di gran lena basandoci principalmente sulla militanza piuttosto che su quei due o tre permessi sindacali mensili di cui disponiamo. Maras è nell’Esecutivo della Rappresentanza Sindacale Aziendale (RSA), Piero (Pierone per noi) è il battitore libero, Stefano si occupa principalmente della questione salute ed io di organizzazione e di stampa. Per la prima volta cominciamo ad affrontare il problema della salute in modo serio e scientifico e sempre per la prima volta facciamo uscire una pubblicazione della Filt Cgil degli assistenti di volo. Riusciamo a disarticolare la “componente del PCI” guidata da Alfeo Beda (del Dipartimento nazionale assistenti di volo) e Mimmo Zanetta della RSA e così Guido Moretti e Filippo Purver Scarter, che negli anni seguenti passeranno “eroicamente” alla Uil, provano a dimenticarsi della ferrea “disciplina di partito” imperante nella componente comunista del sindacato e lavorano a rimorchio delle nostre posizioni. La “componente socialista” guidata da Nando Confalone (anche lui del Dipartimento nazionale assistenti di volo come Beda) e Sergio Hovaghimian si appoggiano spesso a noi in funzione anti-PCI. Insomma un gran bel casino che disarticola non poco la nuova struttura degli assistenti di volo Cgil che spesso si trova, suo malgrado, a sostenere posizioni molto più avanzate e radicali di quanto volesse fare e avesse fatto sino ad allora. Una realtà che però, nonostante le evidenti divisioni e i durissimi scontri interni, cresce costantemente in termini di iscritti e di presenza tra i lavoratori, in estrema controtendenza rispetto alla situazione precedente dove la Cgil, come anche Cisl e Uil, i sindacati autonomi dei piloti (Anpac) e quello degli assistenti di volo (Anpav) era su posizioni molto legate alle politiche dell’Alitalia.

Sappiamo benissimo che questa situazione non potrà però durare a lungo, sia perché il sindacato non è in grado di accettare una RSA la cui azione troppo spesso non è in sintonia con le strategie di collaborazione con l’azienda e con la linea ufficiale della Cgil, sia perché noi delegati di Democrazia Consiliare tra gli assistenti di volo ci stiamo muovendo già in modo autonomo con l’appoggio di tantissimi lavoratori, iscritti e non iscritti alla Cgil, e quindi non potremmo sopportare imposizioni di alcun tipo da parte dei vertici del sindacato.

Si sta inoltre già ampliando il confronto con compagne e compagni che avevano dato vita al Comitato di Lotta del 1979 e che in gran parte vedono di buon occhio, anche se con molte perplessità, il lavoro che stiamo facendo in Cgil.

Poi inizia la trattativa per il contratto integrativo e le contraddizioni si fanno sempre più evidenti. Così, presente al primo incontro ufficiale, riporto ai compagni lo svolgimento della riunione, sia rispetto ai contenuti, sia proponendo le mie negative impressioni sull’andamento del confronto.

E’ così che in occasione del rinnovo del Contratto aziendale del dicembre 1986, dopo uno sciopero indetto per il 9 dicembre e dopo trattative a cui partecipano inizialmente anche le strutture di base delle varie organizzazioni sindacali, si arriva ad una stretta finale che viene “risolta” dai vertici sindacali nazionali degli assistenti di volo: per la Cgil i segretari nazionali Bruno Loi e Guido Abbadessa, il primo socialista e responsabile del trasporto aereo nella segreteria nazionale Filt Cgil e il secondo della componente del PCI. Il Contratto arriva insieme al panettone e allo spumante il 16 dicembre 1986. La struttura sindacale Cgil degli assistenti di volo è convocata dal livello nazionale solo dopo la firma, formalmente per “chiedere” un giudizio di merito ma in effetti soltanto per decidere come veicolare e sostenere quel risultato tra i lavoratori. L’intera RSA critica apertamente e pubblicamente la sottoscrizione da parte della segreteria nazionale: noi ci opponiamo pesantemente e così anche tanti altri componenti l’RSA.

Segue un confronto che dire acceso è poca cosa e soprattutto si arriva ad una prima intensa e partecipatissima assemblea a Fiumicino nella quale i lavoratori si oppongono all’accordo e si schierano dalla nostra parte nel sostenere pubblicamente un aperto dissenso e una forte critica nei confronti della firma sindacale. Un’assemblea che per la prima volta gestiamo direttamente insieme ai lavoratori, di fatto escludendo l’intervento ufficiale del sindacato subito dopo le prime battute di circostanza, sonoramente fischiate ed interrotte. Seguono altre due assemblee affollate e molto “accese”. Spesso si sfiora lo scontro fisico. Viene diffuso anche un volantino a firma “Un gruppo di lavoratori AV-ATB Ati e Alitalia” che contiene forti critiche e la richiesta pressante di Referendum: un volantino che in effetti produciamo e diffondiamo noi.

Questo nostro comportamento ci costa valutazioni politiche pesanti all’interno della Cgil e addirittura siamo tacciati pubblicamente di assumere “comportamenti da brigatisti” dall’allora segretario del Comparto Volo della Cisl Silvano Marinacci. In questi anni accuse di quel tipo non sono certo piacevoli e allertano immediatamente le questure e le caserme dei carabinieri.

Chiaramente ad accendere la miccia della rivolta non è soltanto il merito dell’accordo che pure prevede un appesantimento dei carichi di lavoro, ma soprattutto il metodo verticistico utilizzato dal sindacato, assolutamente irrispettoso della volontà dei lavoratori e anche delle strutture di base del sindacato.

Forse sono proprio le modalità dello svolgimento di questa trattativa che ci spingono a riflettere attentamente sul ruolo sindacale in categoria e più in generale sulla funzione che il sindacato sta assumendo nell’intero mondo del lavoro. Un ruolo che di fatto considera sempre più relativa e spesso indifferente la rappresentanza del lavoro e privilegia costantemente la relazione con le aziende. Un ruolo, in definitiva, di semplice mediatore tra gli interessi aziendali e quelli dei lavoratori quando va bene, di imbonitore quando c’è da presentare e far passare una fregatura aziendale e sempre di spettatore e notaio dei processi di ristrutturazione sui quali non intende mettere bocca se non assumendo posizioni di facciata, mai seguite da fatti ed azioni concrete. In cambio di ciò si ottengono le briciole, un po’ di potere all’organizzazione, permessi sindacali, qualche ritorno economico attraverso vari canali (quote di servizio per la firma dei contratti, stampa delle copie dei contratti, assicurazioni, ecc…) e un occhio di riguardo dell’azienda per favorire un po’ di clientelismo spiccio che aiuta a mantenere un falso consenso tra gli iscritti. Insomma, ora abbiamo la chiara sensazione che da noi, in Alitalia, ma più in generale in tutto il mondo del lavoro, siamo di fronte all’avvio di una nuova fase nella quale d’ora in poi ci sarebbero state profonde ristrutturazioni e alle controparti sarebbe quindi servito un nuovo modello di sindacato, non soltanto concertativo come è quello attuale, ma che avrebbe dovuto poi collaborare acriticamente con le aziende per poter sopravvivere e perpetuare le elefantiache strutture che le tre maggiori confederazioni sindacali si sono date a livello organizzativo, politico ed economico.

Ritornando al contratto integrativo, il dissenso in Cgil verso la firma non è soltanto il nostro ma anche di quella parte della struttura di componente PCI guidata da Guido Moretti e anche di alcuni delegati di base della Uil e dell’Anpav, le cui RSA inizialmente si sono completamente dissociate dall’accordo. L’RSA dell’Anpav, dissociatasi dalla firma del Contratto, a Gennaio viene sciolta.

Tentiamo allora anche la strada del confronto interno al sindacato ma senza alcun risultato e vano è anche il tentativo di richiedere un Referendum unitario e vincolante tra tutti i lavoratori sull’accordo già sottoscritto. Ne vengono fuori due separate consultazioni farsa di Cgil e della Uil.

Con una grossa fetta della categoria incazzata per come si era concluso l’accordo e dopo quell’assemblea che ha rappresentato il punto di non ritorno nella qualità dei rapporti interni al sindacato, a noi pare evidente che la permanenza in Cgil non avrebbe avuto un grande futuro. Continuiamo a criticare apertamente e pubblicamente il comportamento di chi ha sottoscritto il Contratto a livello nazionale e cominciamo a parlare in modo sempre più scoperto e non più soltanto tra di noi, del se e del cosa fare una volta usciti dal sindacato.

Chiediamo un incontro di chiarificazione direttamente alla Confederazione e veniamo convocati dopo qualche mese dalla sottoscrizione dell’accordo. Senza molte aspettative, pensiamo però di poter dire la nostra, anzi sicuramente un po’ ingenuamente, anche di poter mettere sotto accusa, magari solo formalmente ed in base allo statuto della Cgil, chi aveva firmato senza neanche aver sottoposto l’ipotesi di accordo ai lavoratori.

Avviene il contrario: siamo noi ad essere messi sul banco degli accusati e il “pubblico ministero” è colui che noi, ancor più ingenuamente, pensiamo sarebbe dovuto essere invece il “giudice” sopra le parti che avrebbe avuto il compito di tutelare i principi statutari dell’organizzazione sindacale. Lucio De Carlini, della segreteria nazionale confederale della Cgil ed ex segretario generale della Filt Cgil, in estrema sintesi ci “spiega” che il dissenso, quando proprio non se ne può fare a meno, va espresso solo all’interno del sindacato e non fuori e che con il nostro comportamento stavamo procurando danni alla Cgil, che nel merito l’accordo non era poi così male, che quello che comunque decidono gli organi nazionali non può essere messo in discussione da dei semplici delegati come noi.

Alle nostre accese proteste e ai richiami allo Statuto Cgil ci viene risposto che se non ci stava bene ce ne potevamo anche andare e che comunque sarebbero state avviate le procedure per eventuali provvedimenti disciplinari interni nei nostri confronti. Siamo convocati in sei, noi quattro, Guido Moretti e Filippo Purverscarter, ma all’incontro siamo presenti soltanto noi, i 4 delegati di Democrazia Consiliare… quasi i quattro dell’apocalisse!

Nonostante non sperassimo di ottenere risultati apprezzabili, da quell’incontro esco infuriato, indignato, schifato dal metodo e dai contenuti, ma anche con estrema serenità perché ormai convinto che non avremmo certo atteso la sentenza di quel “giudice” e l’ulteriore processo politico al quale ci avrebbero sottoposto. Il dado era tratto e sono, siamo, ormai più che convinti che ci attende una nuova esperienza da lavoratori e tra i lavoratori.

Paolo Maras: “Perché si abbandona una struttura? Quando si verifica la distanza abissale tra le posizioni dichiarate e le decisioni assunte in aperta violazione dei principi sacrosanti di democrazia e statuto.
Tutto inizia con una vertenza sul contratto integrativo, storicamente incentrato su premio di produzione e tematiche legate ad ambiente e sicurezza: non era nemmeno iniziata la trattativa che veniamo informati da un esponente socialista del dipartimento sindacale Cgi che, in cambio dell’erogazione del servizio sui voli nazionali ci sarebbe stato un aumento del premio di produzione di circa £200.000.
Convochiamo le strutture sia di Alitalia che Ati, spieghiamo l’accaduto, ci dichiariamo contrari alle trattative sottobanco e chiediamo di dichiarare la nostra intenzione di dimetterci se la trattativa avesse seguito quest’impostazione.
Ottenuta la disponibilità dei delegati in tal senso comunichiamo alla delegazione trattante, presso la sede Intersind dove si svolgeva l’incontro, che non avremmo accettato risultati al di fuori del mandato. Vengono rotte le trattative e si dichiara uno sciopero unitario.
Il giorno dello sciopero si svolge anche una manifestazione a fiumicino dove si ribadiscono le ragioni della rottura.
Il giorno successivo, mentre ero a casa col febbrone, ricevo una telefonata da Fabrizio che mi comunica che è stato firmato l’accordo con gli stessi contenuti che avevano portato allo sciopero.
Mi precipito in Cgil dove trovo Fabrizio e ci sentiamo dire da Bruno Loi del dipartimento sindacale che non sta a noi decidere come chiudere la vertenza e ci dice con grande prosopopea di andare a sostenere l’accordo in categoria.

Parliamo a lungo del “dopo Cgil” con coloro che in quei mesi ci sono stati più vicini, con chi ha condiviso insieme a noi il percorso in Cgil e ci rendiamo conto che uscire da quella gabbia non è soltanto una nostra esigenza personale e politica ma rappresenta una posizione comune e il modo migliore per tentare di costruire un percorso diverso tra gli assistenti di volo.

I primi giorni di febbraio del 1987 diamo le dimissioni dalla CGIL e il 6 febbraio invio una lettera personale di dimissioni da delegato e da iscritto che denuncia sia il comportamento dei singoli dirigenti sindacali che avevano firmato alla faccia dei lavoratori e della stessa struttura di base, sia il più generale coinvolgimento sindacale nella particolare “tutela” degli interessi di Alitalia, come diventerà poi ancor più evidente negli anni e nei decenni successivi.

Il 18 febbraio con un volantino si ufficializzano e rendono pubbliche le dimissioni non soltanto di noi quattro, delegati Alitalia, ma anche di altri quattro delegati della RSA assistenti di volo e ATB (assistenti tecnici di bordo) dell’ATI: Di Stefano, Ercolano, Giontella e Sostero.

Paolo Maras: “Risultato: strutture dimesse, Cgil svuotata e nascita del primo nucleo che dapprima coordinamento di base diventerà Sulta fino ad approdare, dopo numerosi passaggi, ad USB.
Senza la fiducia e la partecipazione dei colleghi “anziani” che avevano animato il comitato di lotta non sarebbe stato possibile far nascere in una categoria così atipica, delusa e frammentata un’esperienza che tra mille difficoltà prosegue e non si è mai interrotta; naturalmente è altrettanto vero che questa avventura non sarebbe proseguita senza l’incontro con persone di cuore speciali che ci hanno accompagnato in questi anni e che continuano con il medesimo impegno, disponibilità e umanità a tener viva questa storia importante.
Aver avuto al fianco persone così è stata forse una delle maggiori soddisfazioni che si possano avere. Li ringrazio tutti, uno ad uno”
.

E’ ora di volare. Addio Cgil!

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