Capitolo 4 – Come sono arrivato a vivere questa lunga esperienza sindacale e di lavoro
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Sono nato nel 1957, l’anno del lancio del primo satellite nello spazio, il sovietico Sputnik 1, ma anche quando la prima Fiat 500 cominciò a percorrere le strade italiane e andò in onda il primo Carosello. A Parigi si riunisce la NATO e ormai in piena guerra fredda si decide di installare missili nucleari in Europa. Il socialista Nenni abbandona le politiche di collaborazione con il Pci e inizia lo spostamento del Psi al centro dello schieramento politico italiano.

Ma io, cresciuto in un quartiere popolare di Roma a forza di pallone, oratorio e lunghe giornate passate nel cortile di un palazzone di otto piani, tutto questo non me lo ricordo. Ricordo invece qualche cosa del 1968, anche se avevo undici anni e molto della guerra in Vietnam, non solo perché durò venti anni e fece milioni di morti, quasi tutti tra i vietnamiti, ma soprattutto perché fu uno dei tre eventi che ideologicamente, culturalmente e politicamente segnarono i giovani di quel periodo. Insieme alla guerra del Vietnam c’era il ’68 e il ’69 e tutto ciò che quegli anni hanno prodotto a livello politico e culturale e poi viva e profonda l’esperienza rivoluzionaria cubana con il Che Guevara e Fidel Castro.

La mia età politica, se così possiamo definirla, ha inizio però come per tanti altri da studente quando, in una scuola romana a forte presenza fascista (l’Istituto Nautico di Roma) e in un periodo non certo tranquillo e pacifico dal punto di vista della “dialettica” politica, iniziai a comprendere che cosa voleva dire lo scontro, spesso violento, tra diverse posizioni. Capii ben presto da che parte stava la solita Uno blu della “polizia politica” che proteggeva i fascisti che non ci facevano entrare a scuola. Scoprii che significato aveva la solidarietà quando si chiamava il “soccorso rosso” dei compagni delle scuole vicine, il Cine TV, l’Armellini, l’Istituto d’Arte, per sfuggire alle “intemperanze” dei fascisti interni ed esterni alla scuola. Esultai quando, nel 1975, vidi esprimersi in tutta la sua forza e linearità l’incazzatura degli operai dei cantieri a due passi dalla scuola che a forza di vedere i compagni prendere sassate e bastonate alla fine decisero di scendere dalle impalcature e darci una mano a dare una sonora lezione ai picchiatori fascisti.

Poi, finita la scuola nel 1976 e mentre la lotta politica per le strade del paese si faceva ancor più dura, le galere cominciavano a riempirsi di compagni e Lama nel febbraio del 1977 veniva cacciato dall’Università, mi iscrissi alla facoltà di medicina. Ma non durò molto ed a maggio dello stesso anno partii per fare il militare. Diciotto mesi in marina di cui dodici imbarcato e sei a Roma. Sulla nave costituimmo il “Collettivo Potëmkin” con scioperi della fame e non solo. Dopo 12 mesi di mare tra La Spezia e Taranto tornai a Roma a fare guardie su guardie a non so cosa, proprio durante il rapimento Moro. Ma quello che mi mandava in paranoia era fare le ronde per strada e quindi regolarmente ci si nascondeva nei cinema per non dover fermare nessuno.

Poi, finito il militare, mi imbarcai per sei mesi su una nave mercantile. Non batteva bandiera panamense e neanche liberiana ma uno sbiadito tricolore. Portavamo minerale di ferro dall’Africa e dagli Stati Uniti alle acciaierie dell’Italsider. E fu proprio negli USA, a Newportnews, in Virginia, vicino Norfolk, che feci e in parte organizzai il mio primo sciopero.

Eravamo fermi in rada per aspettare il nostro turno per attraccare alla banchina del porto e caricare la nave e il Comandante che non voleva farci scendere a terra, pretendeva di tenerci a bordo a fare lavori straordinari. Il terzo ufficiale di macchina, un napoletano eccezionale, comincia a parlare di sciopero e, detto fatto, si annuncia la cosa al Comandante. Grande vittoria: dopo solo una trentina di minuti di sciopero, eravamo già sulle motobarche per scendere a terra.

Ma quella vita non faceva per me e a febbraio del 1979 ero insieme ai miei amici Massimo Pazzini e Mauro Re a Reggio Emilia a lavorare. Operaio metalmeccanico di terzo livello alla Lombardini Motori, nella sala collaudo dietro ad una “giostra” alla quale erano attaccati i motori agricoli da registrare e mettere a punto: rumorosi almeno quanto i propulsori di una nave o i motori di un aereo. Quasi un anno e mezzo di lavoro, ma anche di mangiate, corse a Rimini d’estate, bevute con gli amici e lotte in fabbrica in una città che viveva una forte espansione economica ma anche tutte le contraddizioni di un “grande paese” tra gli appennini e la pianura padana. Una comunità che era passata rapidamente dall’agricoltura all’industria e che conservava ancora in modo intatto la cultura antifascista insieme a ciò che sarebbe poi diventato il brodo di contraddizioni piccolo borghesi che avrebbe portato alla fine del PCI e ai suoi tristi e sfilacciati eredi politici. Mesi piacevoli ma anche colmi di iniziative politiche.

Fu lì che appena arrivato a Reggio Emilia fui accompagnato dal direttore del personale insieme ad altri amici e compagni in una casa dove affittavano non le stanze ma i letti a 50mila lire al mese ( io guadagnavo meno di 600mila lire al mese). Ero in stanza con Massimo e Mauro, amici sin dalla scuola. Il primo vive ancora a Reggio ma Mauro resistette solo pochissimi mesi e poi ritornò a Roma a fare il macchinista ferroviere. Eravamo in tre in una stanza ma in casa, se ricordo bene, eravamo undici o dodici, dei quali due o tre dormivano nel corridoio. La padrona di casa, una megera che disprezzavo profondamente e sulla quale ho iniziato a riversare il mio odio di classe prima ancora che sul padrone, ci offriva un solo bagno per tutti e quindi in sei dovevamo lavorare nel turno della mattina e gli altri in quello del pomeriggio. Strano veramente che oggi ci si dimentichi di queste condizioni disumane di vita che risalgono a poche decine di anni fa e non si comprenda lo stato in cui vivono e lavorano decine di migliaia di migranti che si spaccano la schiena nelle nostre campagne per pochi spiccioli, vivendo in baraccopoli senza futuro, sfruttati da grandi aziende e malavita organizzata.

Fu a Reggio Emilia che per la prima volta, dopo meno di un mese di lavoro, mi ritrovai emozionato ma contento, a parlare in un’assemblea in fabbrica davanti a mille operai.

Fu lì che fui mandato in un settore di confino come la fonderia perché stavo per essere eletto delegato di reparto senza tessera sindacale.

Fu lì che poi fui eletto delegato in catena di montaggio dove organizzai scioperi e proteste insieme al Consiglio di Fabbrica, ma anche senza.

Fu lì che da romano, immigrato atipico, conobbi l’immigrazione del sud, soprattutto dei napoletani e dei calabresi, ma anche la prima ondata di lavoratori stranieri, quasi tutti egiziani, che venivano utilizzati, anche in fabbrica, nelle lavorazioni più pesanti e pericolose come la fonderia.

Fu lì che da militante di Democrazia Proletaria nella terra del PCI e della Cgil, lavorai a livello politico e sindacale con altri compagni, quasi tutti provenienti dall’area dell’autonomia e di Lotta Continua, tra i quali Ilic Cervi, un nipote dei fratelli Cervi.

Fu lì che vissi con rabbia senza limiti la strage della stazione di Bologna il 2 agosto del 1980 che segnò forse il momento più alto della stagione delle bombe fasciste e delle connivenze tra i servizi, la malavita e la destra stragista.

Fu lì che senza mai prenderne la tessera, fui avvicinato dalla Fim (l’organizzazione Cisl dei metalmeccanici) e frequentai alcuni corsi sindacali, di cui uno a Firenze nel grande centro studi di Fiesole organizzato dalla Fim dell’Emilia Romagna. Ma quella allora era la Fim di Tiboni e in Emilia era quasi completamente in mano alla sinistra, a compagni che nel giro di pochi anni furono poi espulsi dalla Cisl.

Insomma, fu lì che conobbi la classe operaia, quella dei metalmeccanici, quella che aveva fatto una buona parte della storia del movimento operaio italiano. Una categoria nella quale però già erano evidenti i cedimenti e le crepe sindacali che pochi anni dopo la condussero al ridimensionamento e alla sconfitta.

E proprio in quel 1980 a Torino prese vita, si consumò e si concluse la lotta dei 35 giorni della Fiat. Una sconfitta che produsse un arretramento complessivo del movimento operaio italiano, che fu il frutto ed evidenziò in modo ancor più marcato la trasformazione genetica di Cgil, Cisl e Uil, iniziata già da alcuni anni e soprattutto con la svolta dell’EUR” del 1977/78 che inaugurò la politica dei sacrifici e della moderazione salariale con la benedizione del Pci, che dimenticò di essere il più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

Nel 1981 feci domanda di lavoro all’Alitalia come Tecnico di volo. Lasciai Reggio Emilia e la Lombardini Motori ed iniziai a Roma un lungo corso che durò oltre un anno e mezzo. Alla sua conclusione, verso la fine del 1982, l’Alitalia ci ringraziò e ci mandò a casa perché aveva venduto aerei quasi nuovi (i B727) e acquistato aerei (gli MD80) che non prevedevano la presenza del tecnico di volo.

Fu una delle prime genialate di Alitalia quella di vendere aerei nuovi e in alcuni casi neanche ancora arrivati a Fiumicino, come aerei usati, anche se quella volta la responsabilità fu principalmente del Governo Spadolini che doveva rispettare precisi impegni con l’alleato d’oltre oceano. Seguirono proteste e lotte di sedici ragazzi che dai giornali furono denominati “i 16 tecnici tutti d’oro” a causa dell’enorme costo che l’Alitalia aveva sostenuto per la formazione e poi gettati in un fosso: giornali, tende piantate davanti al palazzo di Alitalia all’Eur, volantinaggi, tante parole e poca solidarietà sindacale.

Alla fine, nel 1983, fummo assunti come assistenti di volo stagionali e solo dopo due stagioni di 4 mesi, nell’83 e nell’84, arrivammo all’agognata firma del contratto a tempo indeterminato.

Ricordo la fase di selezione che subimmo nonostante l’accordo già certo di assunzione e che facemmo insieme ad altre ragazze e ragazzi che non provenivano dalla nostra storia precedente in Alitalia. In un colloquio di gruppo ci venne proposto un argomento e tutti ne dovevamo discutere insieme sotto gli occhi attenti di uno psicologo aziendale. Il tema era la morte di un ragazzo finito in un pozzo a Vermicino, vicino Roma, avvenuto meno di un paio di anni prima e che produsse scalpore e un enorme risalto mediatico. Mentre tutti si dimenavano tra commenti asettici e formali per non scoprirsi troppo e io rimanevo volutamente in silenzio, come feci per quasi tutta la selezione, un ragazzo napoletano, dopo aver dato ripetuti segnali di insofferenza e di impazienza, sbottò con un sonoro: “Io so soltanto una cosa, se quel bambino fosse stato il figlio di un padrone lo avrebbero sicuramente tirato fuori vivo” … non lo vedemmo più! Dopo la mancata assunzione da tecnico di volo questo fu il secondo episodio che iniziò a farmi capire che Alitalia era un’azienda pubblica ma trattava i dipendenti come una delle peggiori e più autoritarie aziende private. E come disse anni dopo il mio amico Marco Ferri “un’azienda che non tratta bene i suoi dipendenti non può trattare bene i propri clienti”: parole sante!

Nel 1983 iniziai la prima stagione di 4 mesi in Alitalia ma anche a frequentare la sede di Democrazia Proletaria di Roma e il collettivo aeroportuale di DP e da precario cominciai a fare attività politica, arrivando a volantinare agli operai a Fiumicino, rischiando così la non richiamata alla successiva stagione estiva come assistente di volo nel caso fossi stato segnalato. Ma quello era per me il tempo della ripresa dell’attività politica e sindacale e non intendevo certo nascondermi.

Poi, l’anno successivo, sempre da precario, andai a qualche assemblea organizzata dalla Filt Cgil Assistenti di Volo nella triste e bella sede di Via Morgagni, vicino l’Università e a poche centinaia di metri dalla sede della consorella Fit Cisl.

Assemblee organizzate per gli stagionali e tenute anche da giovani iscritti assunti da poco. Fu lì che conobbi Paolo Maras, Oder Procacciante, Stefano Antonini, assunti da poco, e Piero Pacella: tutti impegnati nel contatto con gli stagionali in attesa di conferma. Ricordo che mi scontrai con loro e che solo dopo qualche mese imparai a conoscerli e ad apprezzarne l’impegno. Anche perché alcuni di loro, come me, venivano da esperienze politiche e sociali precedenti. Ecco come racconta il suo “arrivo” in Alitalia Paolo Maras che divenne poi il compagno sindacalmente più rappresentativo in categoria.

E’ il 1980 e gira voce che Alitalia si appresta ad avviare un gran numero di assunzioni e in effetti, tra il 1980 e il 1981, entreranno come stagionali oltre 400 persone in una categoria composta da meno di 3000 lavoratori.
Eccoci, la maggior parte di noi me compreso che ha una dimestichezza con il nuovo posto di lavoro, l’aereo, praticamente nulla.
Ansia, curiosità aspettative ma soprattutto una fretta di capire come “funziona” questo lavoro mai immaginato neanche lontanamente come prospettiva.
Certo gli amici aiutano, diversi ne avevo che lavoravano in compagnia ed ero quindi già informato delle lotte passate da poco, della sconfitta bruciante che per molti aveva rappresentato un distacco profondo dalle dinamiche politico/sindacali.
Appena messo il piede sull’aereo comincio ad annusare l’aria, lasciandomi guidare da quel fiuto e sensibilità che gli anni passati nel movimento acuiscono.
Il contatto con tanti colleghi conferma che l’umore che circola oscilla tra il calore delle lotte passate da poco e la disillusione per la situazione che si vive “dopo”.
La promessa di assunzioni immediate dopo la prima stagione lascia presto la strada ad una realtà che negli anni successivi diventerà davvero devastante: le stagioni si susseguiranno senza alcuna stabilizzazione creando la figura drammatica del precario a vita.
Ma in quel momento, le mancate riconferme rappresentano l’avvio di un confronto tra noi, tesi tra ricerca di informazioni e la necessità di avere risposte.
In un panorama sindacale ridotto ai minimi termini dalle vicende del Comitato di lotta, l’approdo verso la Cgil sembra l’unico possibile per trovare tra gli iscritti un minimo di linguaggio compatibile con quello che ritengo necessario. In quel calderone di persone che premono per trovare risposte ci sono incontri speciali, persone che capisci che vanno al di là della risoluzione del problema personale ma intendono lavorare per portare contenuti avanzati.”

E’ a questo punto che la mia storia politica si fonde con quella di altri compagni e compagne, di una categoria, di un settore del mondo del lavoro che stava rapidamente cambiando e producendo la progressiva destrutturazione di un tessuto sociale che era già stato pesantemente segnato dalla sconfitta subita dopo la splendida esperienza del Comitato di Lotta del 1979.

E fu proprio in quel settore, nel trasporto aereo, che si sperimentarono per la prima volta una serie di processi di deregolamentazione del lavoro, di globalizzazione dei mercati, di precarizzazione spinta, di fortissime convergenze tra azienda e quelle forze sindacali che ancor prima di essere denominate “complici” dal Ministro Sacconi parecchi anni dopo, già avevano di fatto perso il ruolo di reale rappresentanza dei lavoratori.

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